Ripacandia e i Briganti - Seconda Parte

 

Crocco riuscì ad aggregare un esercito di oltre duemila uomini, la maggior parte dei quali contadini disillusi e minacciati dalle ordinanze del Governo pro-dittatoriale che prevedevano la pena di morte per chi partecipava ai moti di occupazione e rivendicazione delle terre. Fra i capi banda di Crocco vi furono Turtora, Dibiase e Larotonda tutti e tre di Ripacandida. Le ostilità si aprirono l'8 aprile del 1861 con l'assalto a Ripacandida, dove trovò la morte il Capitano della locale Guardia Nazionale

Michele Anastasia, nemico personale di Crocco. Il quale, quel giorno, aveva notato la presenza di numerosi forestieri, i quali assumevano un atteggiamento provocatorio e minaccioso. Atteggiamento che lo preoccupò, non poco. Impossibilitato a reprimere una eventuale manifestazione, chiese aiuti nei paesi limitrofi. Ma ogni appello rimase inascoltato. Gli aiuti non giunsero e nella notte la popolazione insorse: il corpo di guardia venne assalito e lui ucciso ed il suo corpo trascinato legato ad un cavallo per le strade del paese. Il giorno successivo all’assalto di Ripacandida, Crocco, per reggere le sorti del paese, nominò una Giunta Provvisoria con a Capo il Sig. Laraia Samuele, mentre a capo della Guardia Nazionale nominò il Sig. Lioy Giuseppe Michele.

 

Fino ai lavori di ristrutturazione dell’attuale comando dei vigili urbani di Ripacandida, conseguenti agli eventi sismici del 1980, sul portale in pietra di tale ufficio, era possibile scorgere il buco lasciato dalla schioppettata che uccise il Capitano Anastasia. Il popolo di Ripacandida, affranto e sopraffatto dalla miseria, dichiarò decaduto il governo di Vittorio Emanuele ed assistette festante alla benedizione della bandiera borbonica da parte dell’arciprete Maroscia, applaudì il nuovo sindaco ed il nuovo capo della Guardia Nazionale, nelle persone di Laraia Egidio e Lioy Giuseppe Michele. Quante illusioni, speranze, rabbia, fame di terra e di sangue quella notte nella Piazza, per il popolo Ripacandidese! Non più contadini ma briganti.

 

Non più bestie da lavoro ma uomini liberi. Illusioni e speranze che vennero spezzate dal governo di Torino che, però, dovette impegnare complessivamente 120.000 soldati in una guerra costosissima per il paese, sul piano sia economico che morale, tanto da dover impiegare metodi brutali e selvaggi per aver ragione della ribellione dei briganti. I lavori conclusivi della Commissione Parlamentare d'inchiesta, inviata in Basilicata per cercare una soluzione al problema, definì, in fondo, essere la ribellione "protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie". Tesi sostenuta in parlamento anche da personaggi quali il Massari ed il De Sanctis.

 

Appare evidente ai più che pur di salvare il salvabile si è cercato e si cerca di giustificare a tutti i costi la conquista militare del Meridione d'Italia da parte del Piemonte, anche di fronte alla ormai evidente e provata opposizione spontanea delle intere popolazioni meridionali, attraverso la individuazione di discutibili surrogati della verità storica che appunto appaiono di difficile modellamento alla realtà dei fatti. Tuttavia sicuramente dei passi avanti verso la verità sono stati fatti, verità che comunque resta ancora lontana, troppo lontana dai banchi di scuola sui quali da oltre 140 anni si continua a studiare la storia scritta dai vincitori. Sarebbe opportuno che i nostri figli studiassero anche la storia scritta dai vinti.