Storia - Quarta Pagina

 

Nel 1528 il feudo viene tolto da Carlo V° ai Caracciolo, rei di aver patteggiato per i Francesi e dato ai Grimaldi di Monaco. In alcuni scritti si narra una spavalderia dei Ripacandidesi, allorché nel 1528, mentre passava parte dell’esercito di Lautrech, inviato con Pietro Navarro contro Melfi, sotto le mura di Ripacandida vennero scagliati pezzi di pane duro e formaggio sfatto. Solo l’atteggiamento calmo del loro comandante impedì che quest’esercito puntiglioso e voglioso di saccheggi venisse alle armi. Notizie su Ripacandida si ricavano da alcune cronache della battaglia di Lepanto del 7 Ottobre 1571, alla quale parteciparono cittadini di Ripacandida. Il 22 dicembre 1642, Onorato Grimaldi tradì, a sua volta, la fiducia della spagna, aiutando i francesi, e per punizione gli venne sottratto il territorio di Ripacandida che fu devoluto alla Regia Corte, che lo mise in vendita, insieme a Ginestra. Asta che fu aggiudicata il 25 marzo 1643, per 18.000 ducati, a Giuseppe Caracciolo di Torella. Il quale, solo il 22 Aprile 1655, dopo molte peripezie, ottenne da Filippo IV° il sospirato assenso all’acquisto. Il banditore d’asta, nell’apprezzare Ripacandida, così descrisse i Ripacandidesi “…sono di buono aspetto e di bella vista…. Le persone civili vestono di drappi fini conforme li tempi con le loro donne, et dormono sopra matarazzi fini con altre comodità; li ordinari vestono di panni ordinarij e foresi et le loro donne anco; le dette donne si esercitano a lavorare, filare, tessere et altri esercizi di casa e non faticano nelle campagne”. I Caracciolo acquistando Ripacandida, Ginestra, Monteverde, Rapolla, Barile, Lavello volevano competere in prestigio e ricchezze con l’altra potente famiglia del Vulture-Melfese i Doria che, a loro volta, detenevano, insieme ad altri tenimenti, Melfi. Giuseppe Caracciolo il 29 Maggio 1655 vendeva Ripacandida e Ginestra, per 30.000 ducati, ad Alfonso Boccapianola di Napoli, che nel frattempo aveva ricevuto dal Re di Napoli la nomina a Duca di Ripacandida. Al termine della guerra dei trent’anni fra la Spagna e la Francia, l’11 Gennaio 1661 il Principe di Monaco veniva reintegrato nel possesso dei suoi beni che gli erano stati sottratti nel 1642, fra questi anche il territorio di Ripacandida. In tale data risulta che Sindaco di Ripacandida era Simone Nedeo e consiglieri comunali Giuseppe Sapio e Donato Di Mauro. Nel 1667 scoppia una nuova guerra fra Spagna e Francia, di nuovo Ripacandida veniva sottratta ai Grimaldi e ceduta alla Regia Corte, insieme a Campagna, Canosa, Terlizzi, Monteverde e Ginestra, che la detenne fino al 1696.

 

Il 9 Febbraio 1696 Ripacandida e Ginestra vennero messe all’asta e di conseguenza acquistate, per 12.921 ducati, da Giuseppe Tironi. Alla morte del Tironi passò alla moglie Giulia Gaudioso. Nel 1716 Ripacandida passò alla figlia di questa la quale era andata in sposa al Duca Tommaso Mazzacarra che divenne, così, anche Barone di Ripacandida ed ultimo suo padrone fino al 1806. Il Duca Mazzacarra è fra i pochi se non l’unico che la memoria storica del nostro paese ricordi. Rimembranza dovuta al fatto che praticò il “ius primae noctis” il diritto di giacere con le donne la prima notte delle loro nozze. A questo ed altri soprusi si opposero in molti a Ripacandida. La leggenda narra che uno sposo si travesti con i panni della propria donna e si recò al castello per sottostare al diritto del Duca, durante i primi approcci estrasse un coltello e lo evirò, questa la leggenda, la storia ci dice che in effetti l’Avv. Nicola Chiari, padre del famoso Chirurgo Leopoldo, ricevette dal Duca l’assoluta potestà della spada, nelle terre di Ripacandida. Spada che il Chiari brandì per intimare allo stesso Duca di non tornare più a Ripacandida. Lo stesso Chiari distribuì le terre usurpate dal Duca ai legittimi proprietari e bandì le prime elezioni. Il popolo Ripacandidese per riconoscenza lo acclamò Sindaco. Tra il Cinquecento e il Settecento Ripacandida fu sede di uno studio di teologia ed ebbe rinomanza culturale. Un benemerito cittadino di Ripacandida, Carmine Mininni con il grado di Capitano delle camice rosse, accompagnò Garibaldi nelle battaglie da questi combattute per l’unificazione dell’Italia, trovando la morte sotto le mura di Spoleto.